06 Settembre 2009

passa col rosso.

Passa col rosso. Ti prego prendila contromano questa. Ti prego. Ti prego accelera. Accelera veloce fino al punto in cui il vento dal finestrino è forte da ubriacarmi. Fammi perdere i sensi con la velocità.

C’è n muro là, un muro di cemento alto e grigio. Voglio l’impatto. Voglio il muso di questa macchina nel posteriore di quella davanti. Una moto. No la moto è troppo piccola. Non voglio vedere il sangue. Voglio essere sangue. Voglio la botta frontale che mi farà rimbalzare contro il parabrezza, voglio lo strappo della cintura e le tue urla terrorizzate. Le sue urla.

La tua voce che intona un commento ironico, l’ennesimo. Lei che si esibisce nella sua risata chioccia, gli occhioni che sbattono e il dito in bocca che fa tanto bambina sexy.

Tu che sbatti la testa sul volante e persi i sensi. Lei che urla slacciata dalla cintura che non è sexy e viene sbalzata e sballottata per l’abitacolo. Preda della forza dello schianto.

Io non urlo, attendo lo schianto con ansia. Per non sentirvi più, per avere l’individualità del dolore dalla mia. Per respirare da una canuccia o forse sperare di non respirare più.

Corri, ti prego non premere il freno, ignoralo proprio quel pedale. Il muro alto prosegue, se conti bene i secondi lo schianto dovrebbe dare i sui buoni frutti. Se lo calcoli bene ce la possiamo fare. Non voglio starvi a sentire ancora. Voglio lo schianto, il dolore inimmaginabile il rumore e la scossa dell’impatto. Non mi tenere ferma.

Il semaforo giallo pretenderebbe che non passassimo, ma passiamo ed è un attimo divino in cui spero che qualcuno ci venga contro. Un amichevole saluto prima dell’assolo finale. La macchina slitta, la coda si gira. Cominciamo a roteare su noi stessi.

Zoom sui tuoi occhi spalancati. Zoom sulle sue gambe all’aria.

Zoom sulla mia faccia immobile.

Voci fuori campo mi dicono che vi può fare bene una storia tra di voi. Voci fuori campo credono che io sia una buona amica. A voci fuori campo racconto mondi di dolore per tre euro di birra. E poi vomito nel bagno qualcosa di marrone e grumoso che mi ricorda me stessa.

Ecco il funerale, gente che piange vestita di nero, le facce stravolte dall’inevitabile piega degli eventi. Se sapessero. Se sapessero quanto ho sperato di vederli piangere così, se immaginassero la gioia nel rumore delle lamiere. E poi eccoli, ci sono anche loro. Si stringono nella perdita. Incolumi, contusi ma sani e vivi. Piangono stretti quello che non sarò più. Che ho pregato di non essere più. Si stringono vicini e si toccano le mani, cinque ragazzi da poco amici. Un ragazzo e una ragazza avvicinati da una tragedia.

Non ho mai voluto uccidervi. Volevo uccidere me stessa.

Niente schianto, niente automobile che passa col nostro giallo. Solo il fantasma di tutto quello che non voglio più essere. Solo l’universo che si accartoccia su se stesso e contrae i sensi.

 

E la mattina mani nemiche nella borsa minuscola. Violazioni di domicilio mortali. Dal sonno alla veglia veloce e inconsapevole. Solo la certezza che non voglio che vi tocchiate, che devo essere io ad impedirvelo. Che a quest’ora non è bello nessuno. Telefoni spenti impediscono congiunzioni perfette. I miei orari sballati uccidono speranze di baci. E dare calci al muro non servirà stamattina.

Ciao, perché potremmo non vederci più. Ciao, perché forse non mi hai mai vista. Ciao, perché se ti ho sentito vicino forse mi sono sbagliata.

Ciao

 
11 Settembre 2008

essere incontinenti.

Vorrei vedere la verità nel fondo di una tazza di te

Presa un giorno grigio di una estate qualunque quando i legami erano sciolti

Scelta per obbligo, per bisogno di sosta e cercata a lungo tra montagne di yogurt scaduti.

Avrei bisogno di leggere scritte su un giornale le istruzioni della mia vita

Vedere a chiare lettere sui cartelli stradali la via delle parole da non pensare

 

Treni e aerei sono solo tramiti

trasportano i nostri corpi dove i pensieri, assai più veloci,

Sono già stati mille volte

e portano borse piene di cose da perdere in  un hotel di periferia.

Li portiamo apposta, i nostri affetti più preziosi, per lasciarli lontano da noi

Giustificandoci coll’ esoticità della meta

 

Vorrei che fossi qui con me a farmi compagnia.

Non mi staccherei dalla tua bocca e non perderei tempo a guardare l’ora

Farei solo in modo di starti più vicino e stringendomi a te prenderei tutti i voli in cartellone

Vorrei che non fossi in un paese più caldo del mio

E che quando ti dico “fa freddo” mi rispondessi solo “vieni più vicino”

Senza mari in mezzo ad attutire la tua voce che non sento comunque perchè non è che ti chiamo

Ho promesso di non pensarti e mentre adesso scrivo per te non lo faccio

E quando penso a noi non penso poi davvero a te.

Vorrei una foto di te nel portafogli. Vorrei che guardarti non fosse reato.

 

Credo in te come tu credevi in me?

 

 
29 Luglio 2008

Orgasmi.d'aria.palpitante

Quando sfioro la tua pelle penso che ho sbagliato tutta la mia vita. Che il mio lavoro dovrebbe essere accarezzare la tua pelle e far venire te. Sigaretta dopo sigaretta la vita assume i contorni della cortina di fumo e ti vedo chiaro e distinto nella tua assenza. Poi rifletto e ritrovo un senso a tutto questo girovagare umano, come se nelle storie di gente che si ama potessi ritrovare un po’ di noi. Ho attaccato le foto del tuo martirio all’armadietto della scuola. Ti vedo ogni mattina rientrare nei ranghi della normalità travestito da coniglio parlante.

Tu parli e io no. E vorrei dirti tutte quelle cose che ti farebbero finalmente aver paura di me. e tu scapperesti e io sarei triste ma tanto scappi comunque e le cose che non ti ho chiesto mi rubano spazio nel letto e mi buttano giù il sonno. Non dormo più. le ore sono troppo poche per pensare agli sbagli che ho fatto e non ho tempo per fare altro se non mangiare e sentirmi una piuma di piccione caduta giù. È incredibile come la vita quando vai via torni ad essere indicibilmente schifosa, e visto come questo succeda spesso dovrei in teoria averci fatto l’abitudine e invece spreco ore spiaggiata su divani  inospitali e mi ammazzo di pubblicità.  Riciclo orgasmi in immagini bidimensionali di me e di te che ci toccavamo, e io ti guardavo e tu non capivi ma io sapevo. Sapevo di dovrei imprimere ogni odore e ogni tuo ansito nella mia mente così da godere del tuo piacere anche nei mesi della tua assenza. Che sarebbe venuta, l’ho attesa e non si è fatta aspettare molto. Ho amato ogni tuo ansito strozzato quando ti toccavo ovunque e le mie dita bagnate avevano corone di vittoria e sospiri di piacere tra le mani. Ore che valgono la pena di essere vissute quelle attaccata alla tua bocca, come se bevendola da te l’aria fosse più respirabile, più adatta ad ossigenare un cuore palpitante come quello che mantengo nel petto. Mi sembra di aver bisogno della tua aria ma di parlare una lingua diversa da chi la distribuisce.

Il mio distributore automatico d’aria palpitante è un argentino scemo che biascica uno spagnolo che non ho imparato abbastanza bene.

 

Non ti amo più.

 

 
17 Giugno 2008

biglietto lasciato prima di non andar via

Buongiorno,

 

Sei in partenza e i tuoi ricordi sono pronti per cancellare tutto quello che di questa vacanza non potrai raccontare.

E io rimango qui. A vedere la tua stanza smontata e rimontata a forma di un altro ospite, come se le storie dentro le stanze andassero a lavare con le lenzuola.

Hai segreti Mattia? Se hai segreti dimmeli sottovoce fra le stelle quando sarai a nella tua stanza, io li metterò da parte per notti più scure e mi ricorderò dell’unica in cui il sole ha girato a testa in giù. Ho avuto una notte nella mia vita che ha scandito le ore sussurrando debolmente e ridendo e cantando fumose attese e vertiginose assenze. Ho vomitato via la notte, quella notte, ho pianto parole insensate davanti a porte sbarrate e versato quanto mi era più caro su tappetini slavati e davanti a persone cattive. E tu eri lontano. Ma non tanto e poi c’eri.

 

Stamattina ci saranno persone che cancelleranno i segni della notte passata, tu vai via e le lenzuola cambieranno padrone e il pavimento farà la conoscenza di nuove scarpe e di nuove persone. Stamattina lenzuola a lavare, spazzature gettate nel mucchio e via le ore passate in un grande ammasso di emozioni. Come se la notte passata potesse essere cancellata da un detersivo economico o smistata e triturata nella discarica di un paese che non capisce la nostra lingua.

Come se si potesse cancellare tutto soltanto buttando via le bottiglie vuote.

 

Ci sono incontri che avvengono specialmente le sere che non vedi tutto dritto,certi incontri che ti pare sfortuna quella di vederti adesso e poi mai più. (Ma la fortuna è stata capire senza sfiorati le labbra che il tuo bacio era il più dolce da sperare e la tua vita la vita da stringere per sempre. )

Ci sono scene che vediamo nella testa e non dimentichiamo più, come se  avessimo visto quel film il giorno prima, invece siamo stati noi gli attori delle sere più perfette della nostra vita, quelle dove abbiamo recitato la parte dei contemplatori della perfezione. E dei computer disconnessi dal reale.

La mia perfezione sei stato tu. Al di là della porta chiusa il mondo è sparito, ingoiato dalla triste banalità del suo scorrere. Hai chiuso quella porta e io ho pianto perché l’hai fatto, ringraziandoti di donarmi la vita in una sera di morte della razionalità.

Come spiegarti cosa sei stato? Cosa sei stamattina? Sei i cornflakes che cercherai a colazione, sei il caffè nero che è l’unica cosa che riesco a mandar giù. Sei il mal di testa e lo stomaco arrabbiato. Sei la mano calda che intorno alle spalle dava vita nel suo solo esistere. Ti ho visto, ti sei presentato. Ti vedevo già sfocato. Cercavo di vedere nei tuoi occhi il riflesso della mia  penosa personalità, ma tu ti spostavi, ti giravi, o ero io che ondeggiavo piano. Scusandomi mi costruivo paranoie su discorsi impegnativi, quando l’unica cosa che chiedevi era starmi vicino e sorreggermi mentre barcollavo. O forse ero io a chiederlo a te.

Incontro chimico, linguistico, latino, un po’ bambino. Pigiama di cotone io ti guardavo ma ai tuoi occhi ancora non ci avevo fatto caso. Sembrava tutto così intatto, puro, pratico, perfetto. Complicità mondiale. Sotto la luce cristallina di una luna clandestina. Pensavamo al caso, Poi capimmo non esiste il caso avevamo un ordine nel disordine mondiale.

E adesso dove finiremo? Nell’album delle storie non concluse né iniziate di tutti quelli che partiti volevano lasciarsi la vita alle spalle e hanno trovato chi dalle loro lacrime sapesse fare cristallo. Di tutti quelli che una notte sono stati felici per davvero e vivranno sempre nel ricordo di come il mondo, così delineato e soffocante, quando perde i contorni riesca ad essere così vivo.

 

Tu la mia lingua la capisci mattia? Stamattina parlo con te e ti ricordo di come le tue mani hanno scaldato le mie spalle e le mie dita hanno sfiorato le tue labbra. Ti lascio le emozioni di una notte racchiuse dentro un bacio che non hai dato, ma vorresti e ti penti. E mi ami?  Le fredde sere portoghesi contengono cuori da scaldare e ragioni da perdere e guardarsi negli occhi e dirti che se anche se non capisco quello che mi dici io ti amo.

E ti amerò per sempre, Mattia, perché sei un concetto.

Se il concetto che parla di quando volevo vivere e dimenticare e una notte ho vissuto per davvero e ho dimenticato il mondo intero, e in una stanza con altre tre persone ho perso il nome, la faccia, le barriere, e ho trovato quanto di più vero l’alcool possa dare: l’abbandono e  la fiducia spassionata.

Ti amo, Mattia.

Buona vita.

 

 

 

 

 

 

 

 
19 Maggio 2008

[in attesa di un appariscente finale.]

La felicità, partendo ha
promesso di ritornare...


                           ...l'aspettavano sempre...

 
12 Maggio 2008

"QUALE ORRORE QUANDO MI ACCORSI DI AVERLA PUNITA MASSACRANDOLA A MARTELLATE!"

 

Dovrei potermi dimenticare che a volte

Le persone sono strane

Vorrei poter cancellare un pezzetto piccolo piccolo

Della mia memoria

E giocare a nascondere certe cose poco vere,

Certi gioielli regalati che sono morti e poi appassiti.

.

(Hai altro da fare che leggere deliri della mia mente che non può fare a meno di giocare ancora e contorcersi dai crampi all’idea di te. Di giorno no, quasi mai, c’è luce abbastanza per vedere il sole negli occhi di un bambino con i capelli rossi. Ma quando è un po’ silenziosa la stanza e l’ombra è più del sole allora ricordo bene il tuo indirizzo e torno e torno sui miei passi ancora.

Sono brava a farmi male, ho delle doti particolari. Calo la mano là dove è più debole la carne, scende più lenta la parola studiata, il ricordo mirato, quando abbasso le difese. Leggero e sottile ricordare parole e toni e risa e baci e niente mi vieta di avvolgermi in coperte di parole e rotolare giù da vallate di verdi bugie. Ancora meglio, c’è un buco aperto fra la parete che separa il mio mondo vacillante dal tuo misterioso, un buco minuscolo da cui sorgo frasi e pezzi e voci e posso solo tentare d’indovinare dove quella parole vuole andare a parare, a chi frasi invidiabilmente mistiche sono indirizzate. Lieve e terribile tormento sono le ore davanti al forellino.)

.
Dovrei poter ricordare che a volte

Le persone non sono mie.

 
17 Aprile 2008

mA iO cI cReDeVo CoSì FoRtE cHe Ho AnCoRa Il SoRrIsO sTaMpAtO sUl ViSo*

                                 



                                                                                                                                                ...e stasera...TARM!!! *.*




 
07 Aprile 2008

Sei così immensa. Una briciola.

Ti martella il costato
il mio silenzio,
non trovi?
-goccia cinese-
Viscere torte
i miei luccichii nel buio,
non vedi?
Non lo senti, forse, lo spiffero
del mio respiro entrarti nel cuore
e dal cuore chiedere permesso
e stabilirsi in fondo al petto?
Non mi vedi,
seduta in quell'angolo di te
che puoi solo percepire
che chiudi gliocchi per non sentire
e le orecchie per non vedere?
E' il fumo della mia sigaretta
quello che ti appanna gli occhi
e ti fa credere di aver bevuto.
Sono in ogni bicchiere
in cui mi afoghi
ed entro
ed entro
ed entro
dentro di te
sempre più dentro,
sempre più affondo.
Sono in tutte le cose che temi
e quelle celate da veli
di facile perdere.
Sono il salto nel vuoto,
la certezza
di una incertezza radicata,
la prospettiva di ore vuote
in vagoni puzzolenti
a pensare
e pensare
e ancora
ma sono tutto quello che vuoi
e da me
non te ne andrai mai.

 
03 Aprile 2008

lei si è persa. e ora si sta cercando.


È questo tuo esistere dirompente

Che mi uccide

Questa tua esistenza sotterranea e viscida

Che mi soffoca

Parlo di quando una sera hai deciso

Che non si poteva far senza

Esistere insieme

E a quel punto non c’è stato nulla da fare

Esistevamo

In contemporanea

In posti lontani

Connesse

E tu mantieni teso il filo

Che non si spezza

Mentre ad una ad una

Si spezzano le lame della mia coscienza

E no, non puoi entrare.

Dalla porta.

Trovi tutte le scorciatoie.

E sento i passi che si avvicinano

E le risate che fanno tremare cristalli

E voci e voci e voci e voci

E patti di cristallo rotti da risate

E piatti di cristallo rotti da mani sbadate

Scendere di a capofitto in baratri d’infinito

Scordare parole.

Scordare patti

Rompere piatti.

 
18 Marzo 2008

"potrei scambiare i miei 'le ore' con te?"



lei si è persa.e ora si sta cercando









                                                                                                                                                            (non ero stanca.ero stanca di te*)

 
16 Marzo 2008

Non voglio toccarti il cuore...



SARò SEMPRE QUELLO CHE VUOI
NELLO SPIGOLO DEL TUO LIBRO
NELL'ANGOLO DELLA TUA BOCCA
DOVE RIMANE IMPIGLIATA LA PAROLA TACIUTA
SONO LA NOTA
SONO LO SPARTITO STRACCIATO
SONO IL SUONO
E LA DISGRAZIA
DELLA VITA CHE STRITOLA.

NON VOGLIO TOCCARTI IL CUORE,
VOGLIO SPACCARTELO IN DUE
QUEL MUSCOLO.

Isabella Santacroce.

 
24 Febbraio 2008

io non so fare ni°eNte, volevo sOlA*[mente] chiuderti, di sopra, su da me...fOrEvEr*

I know I'll see you again             .Whether far or soon.              But I need you to know that I care
















[And I miss you.]

 
20 Febbraio 2008

°charlie°fa°surf°

(avrete l'impressione di averlo già letto, no. non l'avete già letto questo.)

Quando sono tornata mi aspettava sotto al portone. Aveva la solita aria da cane bastonato di sempre. Solo che mi ha irritato di più. Erano ore che stavo in macchina al gelo (mi devo ricordare di tappare qualche buco: quella carretta ante guerra è piena d spifferi) ed ora ci si metteva anche lui. Ma me lo aspettavo.

Ci ho messo tre ore per trovare un posto. Ce ne erano una quantità ma ho sperato che vedendo la macchina fare il giro pensasse di aver sbagliato e desistesse.

Purtroppo è cretino ma non fino a questo punto. E purtroppo io ho una macchina arancione.

Quando ho deciso infine di parcheggiare, l’ho fatto proprio davanti a lui, tanto non avrebbe avuto senso farsi strada in più quando sapevo che sarebbe restato. Poi ho finto di cercare qualcosa molto a lungo. Nulla: lui lì imperterrito.

E va bene.

Quando mi ha vista bene ha fatto due occhioni tanti che sembrava più occhi che faccia. Poi ha spalancato le braccia e mi ha stretta goffamente. Io immobile gli davo qualche pacchettina sulla schiena. Caro.

Si, certo.

Mi ha presa per mano e mi ha tolto il borsone dalla spalla per portarlo lui.

 Solo che pesava troppo e ha cominciato a trascinarlo nell’androne. Poi per le scale. Stum. Stum. Stum. Quando ho sentito il rumore di qualcosa di metallico che sbatteva sul marmo non ce l’ho fatta più. Gli ho preso il borsone e me lo sono caricato in spalla. Dio, non pesava poi così tanto.

Mi ha aperto la porta togliendomi le chiavi di mano e mi ha fatta sedere sul divano. Io, impassibile, lo assecondavo. Ero atterrita. Non lo volevo lì. Non lo volevo.

Ad un certo punto si siede vicino a me e mi accarezza un braccio. Io immobile che guardo fissa lo schermo spento della Tv. Mani sulle ginocchia serrate, l’aria intorno era umida e la respiravo come attraverso un panno. E poi d’un tratto le sue mani umide che scorrevano sulle mie gambe e sulla schiena e s’incollavano ai vestiti, così lisce e così tipiche di lui. Lui che faceva il commercialista, con quelle appendici che mi rivoltavano lo stomaco del loro liscio candore infantile, così sporco a contatto con la mia pelle.

Mi ha attirata a sé e ha cominciato a baciarmi girandomi il viso dalla sua parte. Prima sulla guancia, poi pian piano verso le labbra. Avevo la nausea. Mi stava bagnando il viso di saliva.

Ha fatto tutto da solo. Il mio “Sono stanca, ti prego” lo ha stranamente bloccato e senza il mio contributo ha continuato a divertirsi da solo.

Mi è toccato stringerlo a me mentre veniva, mi ansimava nell’orecchio col suo alito importuno, si strofinava sulle mie cosce. Poi mi sono sentita bagnare la gamba. Cazzo. Quel cretino non era riuscito nemmeno a venire nel fazzoletto.

Ho trattenuto un conato di vomito. Un altro. Un altro ancora. Al quarto conato mi sono dovuta alzare e correre in bagno.

Ho fatto appena in tempo ad arrivare al gabinetto che ho vomitato per cinque minuti buoni.

Odio vomitare. Mi sembra sempre che non riuscirò mai più a respirare. Quindi piango. E mi si tappa il naso. Allora davvero non riesco a respirare. È terribile.

Quando ho alzato il viso verso lo specchio ho incontrato il mio viso stravolto, con tutto il trucco colato. Poi ho abbassato lo sguardo e ho visto la macchia bianchiccia sulla mia gonna rossa. Ho vomitato di nuovo. Mi è sembrato di vomitare tutto il cibo mangiato in una vita. Ho tenuto gli occhi sempre chiusi.

Ho aspettato di ritornare a respirare normalmente e poi ho aperto gli occhi e ho guardato nello specchio. Lui era dietro di me. Aveva un sorriso imbarazzato sul viso. Dopo un attimo ha fatto un passo al mio indirizzo.

Decisa ad ignorarlo mi sono sciacquata il viso e ho tirato lo sciacquone. Poi mi sono tolta la gonna e l’ho lavata al lavandino strofinandola con violenza. Lui sempre dietro, che guardava alternativamente me e il pavimento di piastrelle celesti. Ho appoggiato la gonna sul mobiletto e ho tirato un respiro profondo. Poi mi sono girata.

Lui ha alzato la testa speranzoso e mi ha interrogata con quei cazzo di occhi da cane. Mi sono stretta nelle spalle. Riusciva a farmi sentire imbarazzata. Il bastardo.

L’ho oltrepassato senza più guardarlo e mi sono diretta alla mia camera. Mi sono spogliata e mi sono infilata nel letto. Lui dietro a spiare ogni mia mossa. Dopo cinque minuti paradisiaci in cui ho davvero creduto che se ne fosse andato, è venuto e si è infilato nel letto poggiandomi una mano sul fondoschiena.

Sono rimasta immobile. Magari, se davo l’impressione di dormire, mi avrebbe lasciata stare. No.

Mi ha preso per una spalla e mi ha girata supina. Piano, piano ha cominciato a spogliarmi. Seguiva la canottiera che saliva leccandomi la pancia con la lingua calda. Mi ha sbattuta tutta la notte.

 

Stamattina sembra fare più freddo del solito.

Mi sono alzata nel tardo pomeriggio con la speranza di fare qualcosa ma lui non era ancora uscito. La finestra era aperta ma non avevo la lucidità per cercare qualcosa di pesante da mettermi così ho messo su una vestaglietta leggera e sono entrata in bagno, sul lavandino i resti di ieri sera. La gonna, ormai asciutta, portava le tracce dei miei maltrattamenti e la posa scomposta in cui l’avevo lasciata suggeriva alla mia mente ancora insonnolita immagini di violenze carnali. Non il mio caso, dunque. Sono rimasta a guardarmi allo specchio senza vedermi. Poi dalla cucina: “Ti sei alzata, finalmente”.

Lui era lì che prendeva il caffè, non ho mai capito la sua abitudine malsana di bersi il caffè annacquato all’americana, ma lui sostiene che non ci sia niente di meglio dopo una notte inquieta. E la sua lo era stata di certo. Quando sono entrata ha alzato la testa giusto di un poco. “Usa il fondotinta stamattina, fai paura”. Sospirando mi sono portata ai fornelli sentendo ogni muscolo protestare la sua indignazione per tutto quel movimento gratuito. Messa l’acqua a bollire sono rimasta a fissare la fiamma bluastra contorcersi. “Pensavo di passare a casa mia a prendere un po’ di roba più tardi”. La fiammella ondeggiava lentamente e ho pensato che mi sembrava incazzata, che il fuoco infondo un po’ incazzato lo sembra sempre. E mi sono chiesta cosa fa arrabbiare il fuoco. “Sto parlando con te, Madama Morte”. La fiamma era blu. Ho immaginato fiamme viola e le ho immaginate fredde. “Dio se sei pallida, cazzo.” Mi sono chiesta come potevo apparirgli pallida da dietro. Poi ho spostato l’ attenzione alle mattonelle celesti incrostate di grasso, affascinanti. Più affascinanti del mio pallore di sicuro.

L’acqua nella pentola davanti a me cominciava a borbottare e lui mi borbottava dietro. “Ti ho detto che l’acqua per il the non si fa bollire, no? Te l’ho detto un sacco di volte, mi sembra”. Piena la tazza, mi sono seduta al tavolo mentre lui davanti a me faceva roteare i rimasugli di caffè nella sua tazza. “Posso riempire due valige di vestiti, il resto lo prenderò poi.” Ha detto con tono riflessivo più parlando a se stesso che a me. Io in silenzio registravo le parole ma mi sfuggiva il vero senso di quello che stava dicendo. Lo lasciavo parlare. Non credevo di avere voce per rispondere.

In quel mentre lo sguardo mi è caduto sui miei polsi. Sono trasalita. Erano viola. Doveva averli stretti troppo ieri notte e guarda come mi ritrovavo. Da quello che diceva lui non dovevo nemmeno avere una bella cera. Ero stanca di dovermi coprire di cerone.

L’ho guardato pigramente alzarsi e uscire di casa con quell’erezione permanente sempre visibile sotto qualsiasi copertura. Non sono riuscita a finire il the.

Il rumore della porta che sbatte mi ha riscosso dal mio torpore. Mi sono alzata diretta verso la doccia facendo cadere la vestaglietta per terra e rimanendo così solo in mutande.

Poi il campanello.

Non ho uno spioncino quindi ho dovuto tirar fuori la voce. È uscita un po’ più forte di quanto mi aspettassi e ho sobbalzato, stupita.

“Chi è?”

“Mi apri?”

“chi è?”

“ma chi vuoi che sia? Sono io, ho dimenticato le chiavi. Aprimi adesso.”

“Ah, si scusa.”

Ho aperto la porta e lui a trovarmisi davanti così su un piatto d’argento mi sa che gli è saltato qualcosa nel cervello. Ho visto una fiammella argentata nell’occhio sinistro, però mi ha spedita a prendergli le chiavi e mi ha aspettato sulla porta. Passava una corrente gelida e mi è venuta la pelle d’oca. Quando sono tornata indietro con le chiavi le ha prese e ha fatto per chiudere la porta, poi ha riaperto quel tanto che bastava per attirarmi a sè e fare incursione nella mia bocca. Mi ha stretto violentemente un capezzolo intirizzito dal gelo.

Senza più parlare si è tirato la porta con violenza e ha fatto un gran botto.

E in un botto la casa è stata sola e silenziosa e mi sono sentita un po’ abbandonata.

Ho osservato, affascinata, la macchia bianca creatasi sul mio seno, tornare poco a poco colorata.

Poi, di nuovo, il campanello.

“Mi apri? Sono sempre io.”

Perché i campanelli hanno sempre questo suono lamentoso?

“Ooohhooo, sono io! Sono uscito tre secondi fa mi vuoi aprire un attimo?”

Io pensavo che quando sarei andata ad abitare da sola…

“E che cazzo, ma ci senti? Dove sei andata?!”

…avrei avuto un campanello fico, che canticchiasse magari o non suonasse se non volevo.

“Puttana di merda, mi vuoi aprire?!”

Non che urlasse come quello di Dylan Dog che mi sarei spaventata troppo ogni volta.

“Puttana, sei solo una puttana, non ci vivi senza di me, lo vuoi capire?”

Avrei finito per non ricevere più visite se avessi avuto un campanello come quello.

“Vaffanculo, tanto torno, lo sai. E la voglio trovare spalancata ‘sta porta del cavolo. Altrimenti lo sai che ti faccio brutta troia.”

Rumore di passi pesanti che si allontanano.

Mi sono trascinata verso lo specchio lungo, sfilando via le mutande. C’era intorno aria che si congelava in sbuffi.

E c’era questa ragazza nuda davanti a me mentre le nuvole si addensavano nel cielo e l’aria si faceva fredda da sera. C’era la sua pelle bianca che rifletteva la luce della lampadina accesa e rivelava riflessi bluastri delle vene. E imperfezioni giovani.

E temevo che i vicini ci vedessero.  Che parlassero. Di me e una ragazza nuda che ci fronteggiavamo in una stanza, senza parlare.

E c’ero io che volevo toccarla, sfiorarle la pelle e sentirla respirare da vicino. Sembrava che il suo petto non si alzasse, avreste detto che il suo cuore non battesse. Sembrava così faticoso alzare una mano e fingere soltanto di volerla sfiorare con un dito. La sua espressione fissa parlava di cose da non fare e divieti da non poter interrompere per una carezza. Anche le parole erano ferme davanti al suo sguardo, la lingua arretrava e voleva scappare dalla bocca, lontana da lei. Così fissa, così immobile, da sembrare morta o immaginata, in piedi nel suo rigido controllo. Nella sua rigida assenza. Presenza nella stanza.

Mi sembravano così aspre le mie mani, così ruvide, temevo toccandola, di rovinarla per sempre, non riuscivo a muovermi per il timore di farla fuggire via. Ma a stento sembrava mi vedesse. Nascosto fra i capelli il suo corpo urlava gelo. E gemeva calore.

Due passi mi separavano da lei e la voglia, il bisogno di chiamarla dal suo abisso mi facevano male ai polmoni, e mi sembrava di non respirare e mi sembrava di non potere mai arrivare. E mentre mi soffermavo a sentire i polmoni contrarsi negli spasimi della paura lei stessa sembrava partecipare del mio fremito. Il suo petto, prima immobile, di colpo si alzava e si abbassava febbrilmente, scossa da fremiti manteneva l’espressione fissa e mi guardava attraverso. Che cos’era?

Nella mente si avvicendavano storie di fantasmi, e sogni, e visioni, e poi amori e passioni travolgenti. Ma non c’era nulla nella mia stanza quella sera, all’infuori di noi e del freddo gelido che ci divideva di due passi.

Mi sforzavo di leggere nel suo viso emozioni che forse non c’erano e giù, giù, nel profondo dei suoi occhi ad indagare storie cattive che non voleva che leggessi. Non voleva sentirsele raccontare.

Infondo a quegli occhi bui un’immagine sola mi colpì allo stomaco con un pugno: lei, distesa in una vasca da bagno nell’acqua rosata e nessun alito di vita a farle da contorno. Il bisogno di fare quei due passi e salvarla era doloroso al punto che riuscii a muovere un piede.

Inciampai.

E mentre inciampavo lei si chinava accompagnandomi fino a terra che non voleva lasciarmi, che dovevamo stare insieme, che stava andando via. Che voleva salutarmi. Tutto questo senza dirmi una parola, nel silenzio del buio e del freddo. Ma io credevo di capire.

Da terra, le gambe contratte sotto il corpo, la mia pelle raggrinzita in una brutta pelle d’oca, la sua che supponevo perfetta e delicata come petalo di un fiore morente, ma non riuscivo a vedere bene, ricambiava lo sguardo con fiero dolore accennato negli occhi.

E fuori le nuvole erano diventate nere tutte insieme e borbottava il cielo colmo di bile. E non aveva tempo per darci altro tempo, che doveva piovere, e doveva farlo in fretta. E il vento, non esagero, ma ululava e i cani abbaiavano forte e due gatti litigavano.

Mi rialzavo tremando in questo momento di rabbia naturale e lei si alzava con me.

Tutte le decisioni erano state prese.

C’erano cose che si potevano lasciare in sospeso. Persone che non necessitavano di essere salutate.

Bastavamo noi, nell’unicità di un riflesso allo specchio, a scegliere strade da prendere insieme.

La lasciai nello specchio e andai verso il bagno.

Non credo che sarei mai riuscita a raggiungerla.

 

 

 

 
17 Febbraio 2008

So rest your head upon me, I have straight to carry you...












"Follow me down to the valley below
You know
Moonlight is bleeding from out of your soul
Come to us Lazarus
It's time for you to go"


 
06 Febbraio 2008

::cheiltempoportipolvere::

...Sparami...
mira al centro
fallo a tradimento
che il mio cuore è di cemento
e un colpo solo non lo sento...

 
31 Gennaio 2008

vietato ai minori di diociott'anni (?)




















[Io incrocio per strada tante dolci quattordicenni uccise dagli adulti. Io spero di incrociare per strada tanti adulti uccisi da dolci quattordicenni. Io incrocio per strada tanta purezza uccisa dai cadaveri. Io spero di incrociare per strada tanti cadaveri uccisi dalla purezza.]

                                             _Isabella Santacroce_

voglio.BLU.e.non.parlare.più.di.INVIDIA.con.me

E c'era questa ragazza nuda davanti a me mentre le nuvole si addensavano nel cielo e l'aria si faceva fredda da sera. C'era la sua pelle bianca che rifletteva la luce della lampadina accesa e rivelava riflessi bluastri delle vene. E imperfezioni giovani. E temevo che i vicini ci vedessero.  Che parlassero. Di me e una ragazza nuda che ci fronteggiavamo in una stanza, senza parlare.

E c’ero io che volevo toccarla, sfiorarle la pelle e sentirla respirare da vicino. Sembrava che il suo petto non si alzasse, avreste detto che il suo cuore non battesse. Sembrava così faticoso alzare una mano e fingere soltanto di volerla sfiorare con un dito. La sua espressione fissa parlava di cose da non fare e divieti da non poter interrompere per una carezza. Anche le parole erano ferme davanti al suo sguardo, la lingua arretrava e voleva scappare dalla bocca, lontana da lei. Così fissa, così immobile, da sembrare morta o immaginata, in piedi nel suo rigido controllo. Nella sua rigida assenza. Presenza nella stanza.

Mi sembravano così aspre le mie mani, così ruvide, temevo, toccandola, di rovinarla per sempre, non riuscivo a muovermi per il timore di farla fuggire via. Ma a stento sembrava mi vedesse. Nascosto fra i capelli biondi il suo corpo urlava gelo. E gemeva calore.

Due passi mi separavano da lei e la voglia, il bisogno, di salvarla dal suo abisso mi facevano male ai polmoni, e mi sembrava di non respirare e mi sembrava di non potere mai arrivare. E mentre mi soffermavo a sentire i polmoni contrarsi negli spasimi della mia paura lei stessa sembrava partecipare del mio fremito. Il suo petto, prima immobile, di colpo si alzava e si abbassava febbrilmente, scossa da fremiti manteneva l’espressione fissa e mi guardava attraverso. Cos’era?

Nella mente si avvicendavano le storie di fantasmi, e sogni, e visioni, e poi amori e passioni travolgenti. Ma non c’era nulla nella mia stanza quella sera, all’infuori di noi e del freddo gelido che ci divideva di due passi.

Mi sforzavo di leggere nel suo viso emozioni che forse non c’erano e giù, giù, nel profondo dei suoi occhi ad indagare storie cattive che non voleva raccontare.

Infondo a quegli occhi bui un’immagine sola mi colpì allo stomaco in un pugno: lei, distesa in una vasca da bagno nell’acqua rosata e nessun alito di vita a farle da contorno. Il bisogno di fare quei due passi e salvarla era doloroso al punto che riuscii a muovere un piede.

Inciampai.

E mentre inciampavo lei si chinava accompagnadomi fino a terra che non voleva lasciarmi, che dovevamo stare insieme, che stava andando via. Che voleva salutarmi. Tutto questo senza dirmi una parola, nel silenzio del buio e del freddo. Ma io credevo di capire.

Da terra, le gambe contratte sotto il corpo, la mia pelle raggrinzita in una brutta pelle d’oca, la sua che supponevo perfetta e delicata come petalo di un fiore morente ma non riuscivo a vedere bene, ricambiava lo sguardo con fiero dolore dipinto negli occhi.

E fuori le nuvole erano diventate nere tutte insieme e borbottava il cielo colmo di bile. E non aveva tempo per darci altro tempo, che doveva piovere, e doveva farlo in fretta. E il vento, non esagero, ma ululava e i cani abbiavano forte e due gatti litigavano.

Mi rialzavo tremando in questo momento di rabbia naturale e lei si alzava con me.

Tutte le decisioni erano state prese.

 C’erano cose che si potevano lasciare in sospeso. Persone che non necessitavano di essere salutate. Bastavamo noi, nell’unicità di un  duplice riflesso allo specchio, a scegliere strade da prendere insieme.

La lasciai nello specchio e andai verso il bagno.

Non credo che sarei mai riuscita a raggiungerla.

 
29 Gennaio 2008

non c'è torto o ragione... è il naturale processo di eli_mina_zione

Ciao.
mi apri?
si, sono ancora io.
si, sono tornato.
no, è che avevo lasciato le chiavi sul tavolino.
e ti volevo ricordare di comprare il latte.
e ti volevo dire anche una cosa.
solo che me la sono dimenticata.
va bene, sai come si fa quando si dimentica qualcosa?
si torna indietro.
si, si chiudila la porta altrimenti non vale.
e non mi guardare con quella faccia perplessa.
so quello che faccio.
fidati.
ciao. mi apri?
si, sono ancora io.
si, sono tornato.
ancora una volta.
no, è che dovevo prendere le chiavi sul tavolino.
e ti dovevo anche dire una cosa.
solo che non me la ricordo ancora.
che noia, dici?
mah, rifacciamo tutto, va, magari mi viene in mente.
sai come si fa quando si dimentica qualcosa, no?
e chiudi quella porta, che cazzo.
ma non capisci proprio niente?
("Io sono suo.")
Ciao.
sono io, mi apri?
ehi, mi senti?!
ooohhhoo.. sono io!
ehi, sono uscito tre secondi fa, mi vuoi aprire??
apri?!?
dove cazzo sei andata?
puttana,sei solo una puttana, non ci vivi senza di me, lo vuoi capire?
voglio le mie chiavi del cazzo.
e ti devo dire una cosa.
una cosa.
una cosa.
una cosa.
una cosa.
una cosa.
una cosa.
una cosa.
ti dovevo dire una cosa.
 
20 Gennaio 2008

chi ci pensa nel miele... annega..

"Il telefono non squillava da giorni e quel pomeriggio era più grigio di altri. Sola nel silenzio fissavo vecchie foto."



[è.tornato.a.casa.Lessie.]



Ripartirà?
 
15 Gennaio 2008

...nulla sarà come prima... anima sua...

non è possibile.
non può essere. non voglio.
perchè invece sei riflesso nello specchio la mattina e per terra c'è la tua ombra?
cammino seguita a distanza da un ombra latitante. di un rivoluzionario.
e sto avendo un incubo che sei tornato e che mi vuoi ancora e dopo tutto le ferite si rimarginano se sono ancora qui.
e pensavo mi sarebbe toccato ricordare di te e piangere lacrime nere. e invece ho driblato l'avversario e son caduta in piedi. 
giochi a campana avanti e indietro tra i miei pensieri. sei nelle parole.

stare nelle parole.

un alfabeto fantasma di consonanti mute e schemi spezzati. lasciami leccare via lo smalto dalle mani. e prendere otto meno e giocare a rimpiattino. che non so neanche che cos'è.
mi vesto colorata e ti caccio dagli angoli, sei la polvere sottile tra i residui dei pensieri. e non siamo più come ieri.
e non saremo mai soli ancora e non mi farai mai più male.
ma sicuramente si.

lasciatemi pensare.

lasciatemi scappare.


Se vuoi fare qualcosa per me amore mio... STAI ZITTO.
 
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